209 Miliardi di Buone Ragioni Orticalab marco stagliano pietro paganini non ripete

209 Miliardi di Buone Ragioni – Orticalab – Pietro Paganini intervista

Ho fatto una bella intervista per Orticalab, una nuova piattaforma di informazione e analisi politica ed economica diretta da Marco Staglianò

Paganini Non Ripete - e-zine Road to the Future

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Abbiamo discusso del Recovery Plan, dell’arrivo di Mario Draghi, di quello che serve all’Italia, ma soprattutto di Mezzogiorno. Orticalab è infatti, prevalentemente focalizzata sul Sud. 

Puoi leggere l’intervista per intero qui >>> o qui sotto 

209 Miliardi di Buone Ragioni

Pietro Paganini è Professore Aggiunto alla Fox School of Business della Temple University of Philadelphia e Professore Aggiunto in Business Administration alla John Cabot University di Roma. È fondatore e Curiosity Officer del pensatoio che promuove le politiche per l’innovazione e il libero mercato, “Competere – Policies for Sustainable Development”, è Segretario Generale dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati (IIP) ed è stato Direttore Generale della Fondazione Luigi Einaudi di Roma, Vice Presidente dei Giovani Liberali Europei dell’ALDE, Segretario della Gioventù Liberale Italiana, membro della direzione nazionale della Federazione dei Liberali, e di Liberali Italiani.

E’ analista e commentatore per media internazionali e nazionali, autore di diversi saggi, ed è senza dubbio alcuno tra gli italiani più autorevoli nel suo campo. Lo abbiamo intervistato per provare a comprendere se, e a quali condizioni, il Recovery Plan può rappresentare la leva per proiettare l’Italia fuori da questa crisi in un percorso di crescita strutturale a partire proprio dal Mezzogiorno e dalle sue aree interne.

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Professore, ma sono davvero tanti 209 miliardi di euro? 

«Cominciamo col dire che non ce li siamo meritati. Senza questo maledetto virus l’Europa non avrebbe trovato la forza per compiere questo grande salto di qualità ma quel che conta è che lo abbia fatto, trovando il coraggio di rispondere a questa crisi senza precedenti rilanciando sul futuro, mettendo in campo enormi risorse – parliamo di un impegno senza precedenti – ma vincolandole alla capacità dei singoli Stati di investire sull’avvenire e non sulla conservazione.

La sfida che l’Italia è chiamata a vincere è proprio questa. Possiamo immaginare di utilizzare quelle risorse per provare a tappare i buchi creati dalla pandemia, per preservare una realtà che non esiste più, per oliare gli ingranaggi dell’assistenzialismo clientelare, della gestione del consenso. Oppure possiamo capovolgere questo schema, affiancando alle necessarie misure che andranno messe in campo per rispondere alle difficoltà contingenti dettate dalla crisi sanitaria, dunque dalla crisi sociale, misure funzionali ad innescare una crescita finalmente strutturale. Ma per fare questo non basta lo strumento, non basta il recovery plan. Per tornare alla sua domanda 209 miliardi di euro possono essere moltissimi o pochissimi, tutto dipenderà da come li spenderemo»

Continui…

«Il recovery è uno strumento finanziario, uno strumento potenzialmente formidabile di costruzione di futuro. Ma in quel “potenzialmente” c’è tutto il senso di questa sfida. Abbiamo lo strumento ma è necessario un radicale cambiamento culturale. Le faccio un esempio»

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Prego…

«Chiacchierando, prima di cominciare questa intervista, Lei mi ha ricordato che l’Irpinia è la terra che custodisce le sorgenti che dissetano gran parte della popolazione meridionale. Sorgenti la cui esistenza è messa seriamente in pericolo da reti idriche colabrodo, che disperdono persino il sessanta per cento dei flussi, e sulle quali non si riesce ad intervenire, ormai da decenni, perché, si dice, mancano le risorse.

Ecco, perché si possa immaginare di ricorrere al recovery plan per intervenire, in via strutturale, per riqualificare le reti idriche irpine e non solo, ovvero per salvaguardare le sorgenti che dissetano milioni di cittadini e che fanno della Puglia, per esempio, il granaio d’Italia, è necessario un profondo cambio culturale. Perché non basterà individuare l’obiettivo e recuperare le risorse ma sarà necessario investire correttamente quei soldi, sottrarli alla bramosia dei potentati locali, dei notabilati clientelari. Il punto è che il cambiamento culturale è un lavoro continuo ed il presupposto per innescare questo processo è porre fine all’emotività della politica, per riaffermare il primato dei fatti e del merito, che si regge sul primato della conoscenza»

Conoscere per deliberare, ammoniva Einaudi…(209 Miliardi di Buone Ragioni)

«Certo, conoscere per deliberare. Ma Einaudi era anche il teorico del cambiamento dei piccoli passi e parlava ad un mondo molto diverso dal nostro. Più ampio è il mondo più è difficile interpretarlo e trovare le risposte ai quesiti che c’impone. Ed un liberare come me, che certamente non può essere annoverato tra i sostenitori del Movimento Cinque Stelle, non può non riconoscere che in questo Paese il presupposto del cambiamento è la messa in discussione del sistema consolidato.

E allora, muovendo da questo presupposto e tornando al recovery plan, dico con grande fermezza che il metodo definito in un primo momento da Conte andava nella giusta direzione. Non certo per la struttura individuata che avrebbe dovuto gestire il recovery ma perché, quanto meno, metteva in dubbio lo schema consolidato. E non è un caso se l’attacco che ha determinato la fine di quella esperienza di governo è venuto da chi, mi riferisco a Matteo Renzi, rappresenta il sistema, lo status quo, le lobby, la conservazione.

Dopo di che, sia chiaro, nella stessa misura in cui dico che il presupposto del cambiamento è la messa in discussione del sistema consolidato, elemento su cui il Movimento Cinque Stelle ha costruito la propria ascesa, dico con altrettanta franchezza, per tornare ad Einaudi, che soprattutto quando si vuole imporre un cambiamento radicale dell’esistente occorre conoscere prima di deliberare. E sul punto il Movimento Cinque Stelle ha rivelato tutta la propria debolezza»

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Torniamo al Recovery Plan. Al di là della necessità di non spendere quei soldi per il consenso c’è anche l’esigenza di mettere in campo progetti validi e realizzarli in tempi molto stretti… –209 Miliardi di Buone Ragioni

«Sì e qui torniamo al punto su cui ci siamo soffermati in precedenza. Sono pochi o sono tanti 209 miliardi di euro? In questo Paese rischiano di essere pochissimi, perché persino gli amministratori di condominio sono lì ad aspettare il recovery plan. Sarebbero tanti se riuscissimo a mettere in campo pochi e qualificanti progetti di portata strutturale e qui gli interrogativi sono due. Chi e come dovrà dare corpo a questo percorso? E come potremo mai ragionevolmente ambire a stare nei tempi stabili con progettualità valide al cospetto di una macchina burocratica elefantiaca che tutto risucchia? L’esempio viene facile. Si discute ormai da un decennio della necessità di imprimere un’accelerazione al processo di digitalizzazione del Paese, soprattutto in territori interni come la vostra Irpinia.

Effettivamente il Governo Renzi pose le condizioni normative per imprimere quella svolta ma poi la svolta non c’è stata proprio perché la burocrazia di questo Paese ha reso inapplicabili quelle norme. Se vogliamo immaginare di sfruttare al meglio questa opportunità dobbiamo necessariamente intervenire sulla struttura burocratica, a partire per esempio dal codice degli appalti, perché questa burocrazia per un verso garantisce la conservazione, frena lo sviluppo e scoraggia gli investimenti, per altro favorisce i furbi, i disonesti, quelli che nel labirinto burocratico trovano la palude perfetta nella quale sguazzare».
A tal proposito le chiedo: snon sarebbe opportuno, come pure tanti economisti e commentatori hanno affermato, immaginare di gestire il

Recovery Plan con una struttura sul modello di quella che fu la Cassa per il Mezzogiorno di Saraceno?

«Lei ha fatto il nome di Saraceno non a caso. Dobbiamo partire dal presupposto che alla fine sono sempre gli uomini a fare la differenza. Certo, un modello di governance centralizzato e snello, in grado di eludere il condizionamento clientelare, è la strada da seguire. Ma questo non può essere fatto a prescindere dalla centralità del Parlamento, a prescindere da una visione condivisa»

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E qui arriviamo, ovviamente, a Mario Draghi… – 209 Miliardi di Buone Ragioni

«Stiamo parlando di una personalità di livello assoluto ma il punto non è questo. Il punto è che Draghi potrà essere la soluzione solo se avrà un mandato pieno da parte del Parlamento, se potrà contare sul sostegno di una maggioranza ampia e coesa. Vedremo quel che accadrà, se e quali stravolgimenti si consumeranno in Parlamento, fino a che punto cambierà la geografia politica del Paese su questo passaggio. Mi pare del tutto evidente che un governo senza i Cinque Stelle difficilmente potrà prendere vita ma a prescindere da ogni considerazione di merito, il punto è che l’Italia non troverà la via della rinascita con scelte calate dall’alto da un governo tecnico.

Io non credo al governo degli illuminati anche perché, come dimostra la Storia, finiscono con il restituire alla politica l’alibi perfetto per fuggire alle responsabilità e per sopravvivere. La politica non può rinunciare a se stessa anche se è questo ciò che spesso le conviene. Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’incarico a Draghi coincide con il fallimento della politica. Questo non può significare che questo nuovo Governo possa fare a meno dei partiti, del Parlamento, dunque dei cittadini. Se il premier incaricato percorrer la strada del confronto con le forze politiche, della costruzione faticosa di un orizzonte condiviso, allora potremo guardare a questa soluzione con ragionevole ottimismo. Se, invece, Draghi preferirà imporsi al Parlamento con ogni probabilità questo passaggio ci consentirà di rimanere a galla, ma l’agonia proseguirà»

Sarà innanzitutto l’agonia del Sud?

«Sul punto voglio essere fino in fondo vero. Io credo che il problema assistenziale nel Meridione d’Italia non è risolvibile nel giro di qualche anno, perché sostenuto da dinamiche culturali troppo complesse. Non sarà il recovery plan a salvare il Mezzogiorno. Ma il recovery plan potrà determinare le condizioni per avviare quel cambio di paradigma culturale a cui facevamo riferimento in principio. Sarà fondamentale, ma questo vale per tutta l’Italia, sottrarre spazio di ingerenza ai territori ai notabilati e alle spartizioni.

Riuscire in questo vorrebbe dire liberare enormi energie soprattutto nel Meridione, vorrebbe dire operare per gli interessi delle nuove generazioni e non nell’interesse di un sistema consolidato che non regge più e che pretende di sopravvivere sulle spalle di quelle generazioni. Il Sud ha bisogno di risorse e di investimenti, ha bisogno di sfruttare al meglio il recovery plan perché nel momento in cui libereremo la società meridionale dalla prigionia del familismo e del clientelismo allora il sistema consolidato non potrà che implodere»

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PNR