di Benedetta Fiani

È ormai opinione comune che i giovani non abbiano chiare e decise preferenze politiche, sono apatici, sono sempre più distanti dalla politica. Mentre i partiti di massa risultano incapaci di coinvolgere la loro generazione, disabituata a votare e lontana dalle istituzioni e dalle classiche categorie di destra e sinistra. Certo, in parte è vero. E si tratta di una tendenza diffusa in Italia così come in tutte le democrazie occidentali. Ma lo scenario è più complesso di quel che potrebbe apparentemente sembrare.

A determinare il voto dei giovani, generalmente, intervengono due componenti:

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  1. Effetto età, la mera età anagrafica incide sulle proprie scelte.
  2. Effetto generazione, essere giovane e formarsi politicamente in un determinato contesto storico.

Se quindi la generazione che era giovane durante gli anni Sessanta e Settanta è tutt’oggi incline ad avere un’idea politica strutturata e determinata, per le persone cresciute negli anni Novanta e Duemila, in un’epoca di radicata “depoliticizzazione”, partecipare alla vita politica è più difficile, e questo spiega il vasto astensionismo.

In Italia, le elezioni ci hanno insegnato che i giovani si recano alle urne, anche in massa, nel caso in cui si presenti un candidato capace di coinvolgerli. Questa figura deve, però, avere un profilo forte e ben riconoscibile, poiché i giovani tendono sempre, per loro natura, ad essere estremi.

Tutte le elezioni recenti confermano questa tendenza. Nel Regno Unito, con un programma riconducibile alla sinistra laburista degli anni Settanta, privo quindi di effetto novità ma forte di una sua chiarezza, Jeremy Corbyn è riuscito a portare alle urne un numero di giovani che trova pochi precedenti nella storia inglese, e che in massa lo ha scelto.

Esattamente quello che non è avvenuto negli Stati Uniti, quando Hillary Clinton si era dimostrata incapace di far breccia su quella fascia anagrafica. Nonostante anche in quel caso i giovani si fossero espressi in maniera maggioritaria a suo favore, la candidata democratica, con il suo profilo moderato e centrista, non era riuscita a ottenere una mobilitazione giovanile di massa. A lei, i millenial preferivano nettamente Bernie Sanders.

Ma il successo di personaggi come Corbyn e Sanders, marcatamente di sinistra, non ci dice tutto del comportamento dei giovani alle urne. Nel caso delle elezioni francesi, caratterizzate dalla vastissima astensione, Macron ha sì conquistato la maggioranza al secondo turno, ma non era il candidato con il profilo più giovanile. Come dimostrato durante le primarie, i giovani preferivano in prima istanza Jean-Luc Mélanchon, seguito subito dopo da Marine Le Pen: due candidati, seppur posizionati agli estremi opposti dello spettro politico, accomunati da idee radicali.

In uno scenario in cui tutte le parti politiche in gioco sembrano sacrificare prese di posizione nette per conquistare un elettorato il più trasversale possibile, al di là della destra e della sinistra, i giovani dimostrano di premiare posizioni chiare e radicali.  Con una precisazione fondamentale: la storia recente ci insegna che dove la politica funziona, populismi e destre estreme hanno meno possibilità di affermarsi. Per il resto, giustificare l’astensione dei giovani con il fatto che sono irreversibilmente disinteressati alla politica è soltanto un vecchio adagio.

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PNR