di Lucrezia Vaccarella

Tra convegni, competizioni di chef stellati, feste e solidarietà, anche quest’anno, il 25 ottobre, “la pasta” è stata al centro di celebrazioni che ne hanno esaltato le tante qualità. Farne argomento di riflessione mi è parsa subito una scelta naturale, salvo chiedermi, un istante dopo, cos’altro avrei potuto dire su quest’alimento che, più di ogni altro, è silente e discreto compagno di vita quotidiana.

Ed invece, per la prima volta, mi sono accorta di quanta parte la pasta abbia avuto nel mia storia familiare.

Mio nonno lavorava a Foggia, in un mulino – pastificio eretto a ridosso della Stazione ferroviaria di cui condivideva un binario, al proprio interno: quand’ero bambina, sentendone parlare, immaginavo momenti convulsi di operazioni di carico e di scarico dei vagoni che vi terminavano la corsa, per poi ripartirne.   Mio padre era il penultimo di sette figli ed aveva solo sei anni il 10 giugno 1940, l’infausto giorno dell’entrata in guerra dell’Italia accanto all’alleato nazista. I due fratelli maggiori, di diciotto e vent’anni, sull’onda dell’esaltazione collettiva si erano arruolati volontariamente nei ranghi dell’esercito e della marina.  I miei nonni, come altri padri e madri,  dissimulando l’ansia per i loro ragazzi,  hanno continuato a prendersi cura dei figli, a casa, in quella fragile condizione di normalità che, di lì a non molto,  la storia avrebbe distrutto.

E cosi ogni giorno, l’alba ancora lontana, mio nonno partiva da San Severo alla volta del mulino: nella comune sofferenza di una nazione che la guerra ha piegato sin dai primi mesi, la mia famiglia ha sempre avuto in tavola un buon piatto di pasta. Poi c’era il mercato nero, e ancora non so perché lo avessero definito tale, dal momento che “l’economia” di guerra aveva spazzato via ogni traccia di mercato. Penso che la sopravvivenza di molti italiani sia stata garantita dal baratto che, a Foggia, nell’area di smistamento dello scalo ferroviario, trovava terreno fertile. In cambio di pasta e farina mio nonno portava a casa altri generi alimentari e, talvolta, persino il caffè…

Era lì anche quel giorno terribile di luglio del 1943, quando i bombardamenti hanno raso al suolo la Stazione di Foggia e seppellito sotto le sue macerie, diverse centinaia di vittime civili. Mi sembra di vederlo aggirarsi nella nebbia polverosa dei detriti e pronunciare insistentemente il nome di sua figlia, Olga. Perché lei avrebbe dovuto trovarsi in stazione, a quell’ora, come ogni giorno, per tornare a casa, dopo aver salutato gli alunni della scuola elementare in cui insegnava. Quella mattina aveva indosso scarpe di colore rosso e a mio nonno è parso di riconoscerne una.. L’ha cercata ancora, ma nel suo cuore si era addensata la disperazione perchè quella scarpa gli diceva che sua figlia non era più con lui. Invece mia zia era salva perché, uscita dalla scuola, non si era recata direttamente in stazione. Non so quale sia stata la sorte del mulino, ma so che mio nonno, quel giorno, insieme alla figlia, scampata all’eccidio, ha ritrovato la vita.

Mi sovviene una altro piccolo frangente di vita e stavolta riguarda mio padre. Frequentava le medie in un edificio scolastico prospicente la sua abitazione. Sul finire dell’ultim’ora di scuola, si profondeva in gesti inequivocabili, portando la mano, dita unite, strette a mò di cono, in direzione della bocca a significare alla madre. che lo guardava dall’altra parte della strada, il proprio appetito. Mia nonna capiva e poneva a bollire l’acqua per la pasta. Non aveva messo il piede dentro casa che già un piatto di maccheroni fumanti lo attendeva in tavola.

 Lui mi ha trasmesso la passione per quest’alimento di cui entrambi eravamo, e lo siamo tuttora,  avidi consumatori.  La domenica era il giorno della pasta di casa e mi piaceva aiutare mia madre nella preparazione. Ho imparato ad impastare acqua, farina e, talvolta, uova o patate, ho imparato a lavorare l’impasto aiutandomi  con l’apposita macchinetta a manovella. La mia specialità erano i “ cicatelli”: striscette sottili che, mimando un graffio leggero, ruotavo, intorno alle dita, con i polpastrelli, avendo cura di non bucarle.  Li condivamo con pomodoro fresco, rucola selvatica e ricotta dura. Ancora adesso mi sale l’acquolina in bocca pensandoci.

Nella miglior tradizione rurale, mia madre cucinava spesso le penne con i cavoli, meno blasonati, ma non meno gustosi, delle cime di rapa: l’insegnamento la impegnava in doppi turni e al mio rientro da scuola lei era già sulla porta con mia sorella più piccola che frequentava le elementari nello stesso plesso scolastico. Ma ne lasciava a me ed a mio padre una pentola piena cui, il più delle volte davamo fondo.

 Insomma, più guardo alle nostre vite e più vi trovo momenti scanditi da uno, o più, piatti di “pasta”.

 Persino quando ripenso al giorno della mia laurea rivivo il pranzo, con i miei e pochi amici stretti, in un rinomato ristorante del ghetto, a Roma, a base di rigatoni con la “pajata “tipico e gustoso piatto della tradizione romana.

Credo che nulla crei armonia più di un buon piatto di pasta… al punto che mi domando se alcune decisioni terribili della storia sarebbero state comunque prese in presenza  di una congrua porzione di spaghetti “aglio e olio”.

 A proposito, penso proprio che stasera, dopo il teatro, inviterò qualche amico a mangiarne un piatto a casa mia…

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PNR