Una Strategia per il Recovery Fund the italian times pietro paganini non ripete

Una Strategia per il Recovery Fund – The Italian Times – Pietro Paganini

Il Recovery Fund è un’opportunità per risollevare il paese Italia. Può essere usata per tappare i buchi o può essere l’inizio di un percorso, un primo investimento per proiettare l’Italia nel futuro. finiremo per scegliere la prima e più facile soluzione. La seconda richiede una strategia, che ho spiegato nel commento per The Italian Times che puoi leggere qui >>> o qui sotto. 

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Una Strategia per il Recovery Fund

Il Recovery Fund è un’opportunità per l’Italia. Può essere usato per sopravvivere qualche mese o anno. Può essere, meglio, investito per sostenere una crescita di più lungo termine e migliorare notevolmente il funzionamento del paese progettando il futuro. Tra questi due estremi finiremo, come sempre, per preferire il meno ambizioso. Il futuro infatti, richiede una visione su come ci proiettiamo nel mondo di domani, una missione su cosa vogliamo essere nel futuro, e degli obiettivi per dove vogliamo arrivare. Serve un piano su come pensiamo e possiamo raggiungere missione ed obiettivi. Per la natura ormai consolidata della nostra cultura, abbiamo poca ambizione, ma non abbiamo soprattutto visione e missione per il futuro. Di conseguenza, possiamo solo occuparci di spendere le risorse a disposizione per sopravvivere, inseguendo a fatica, la direzione intrapresa da altri paesi. 
 
Era difficile sperare in una scelta lungimirante da parte del Governo. È qui quasi per caso con due forze politiche che hanno interessi e dinamiche profondamente diversi. Uno, il Movimento 5 Stelle, ha il merito di promuovere il cambiamento ma non sembra avere gli strumenti politici ed intellettuali per perseguirlo. Il secondo, il Partito Democratico, bada alla conservazione del potere cercando politiche che lusinghino una parte dei cittadini. Tra i due infatti, è più populista il secondo. Lo stesso, per par condicio, varrebbe per qualsiasi composizione governativa, stando ai movimenti politici in campo: nessuno si presenta con la visione e la missione per il paese. Ciascun movimento ripete gli stessi errori, e cioè pensa a al breve termine: illusioni per i cittadini pur di prendersi le poltrone del potere. 

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L’opportunità del Recovery Fund non sono i 209 miliardi che riceveremo con clausole e interessi. Sono una somma importante, ma non così significativa per un paese che vorrebbe governare il futuro. Il RF ha anche una funzione simbolica. Rappresenta uno strumento con cui accendere i motori per generare una spinta propulsiva di lunghissimo termine. Di risorse ne serviranno molte altre per far si che l’Italia prenda ilc comando, torni a crescere e a dare un segnale di speranza ai suoi figli. Ma con la spinta del RF non sarebbe più un problema reperirle. 
 
Si è scelta la via che sappiamo, la più semplice, e forse la più inutile. Il documento che contiene i 557 progetti ministeriali per l’utilizzo, o meglio la spartizione, delle risorse derivanti dal RF ricorda lista della spesa non il piano d’azione di chi ha una missione da perseguire. Assomiglia, come segnala G. Bandini su competere.eu “al modello di decision making “garbage can”: c’è poco di tutto senza una logica che dovrebbe appunto, risponde a quella strategia necessaria per raggiungere obiettivi e missione. 


Al piano si è preferito l’assalto alla diligenza. Senza porre enfasi sull’utilità o meno dei singoli provvedimenti (sono presenti richieste di risorse per ammodernare gli impianti di areazione dei singoli dicasteri, creare un marketplace agroalimentare guidato da Poste Italiane, digitalizzare gli archivi della Guardia di Finanza e molte altre simili), va segnalata la ridondanza delle proposte. Ogni Ministero presenta esigenze più o meno simili, per esempio, nell’ambito ICT: d
igitalizzare i processi della PA sia all’interno sia verso l’utente; maggiore formazione tecnica per il personale, re-skilling e smart working; valorizzazione delle competenze STEM all’interno delle amministrazioni; potenziamento delle infrastrutture digitali e maggiore copertura delle reti a banda larga.

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Le richieste di ogni singolo ente possono essere più efficientemente inquadrate in un piano nazionale di digitalizzazione e modernizzazione della PA. Perché le competenze digitali non vengono messe al centro dell’istruzione in modo che il nuovo personale pubblico le abbia già assimilate e sia portato ad aggiornarle periodicamente? Un ragionamento simile deve essere esteso a tutte le voci legate all’innovazione. Dall’Industria 4.0, ancora realizzata a metà, per la quale le misure più efficaci dovrebbero essere incentrate sulla ricerca e il trasferimento tecnologico dalle università alle imprese e viceversa. Fino alla creazione di una rete 5G nazionale che sia veicolo dei processi di digitalizzazione non rivolti solamente alle PA, ma anche ai cittadini e ai settori produttivi.
 
Questo Governo ha due anni davanti a se. C’è ancora il tempo per elaborare una visione e una missione. Il cambiamento si costruisce anche qui, non solo riducendo stipendi e parlamentari.
 
P.S. lo stesso dicasi per il MES. Al di là dei dubbi sul funzionamento del Meccanismo, ma i miliardi che riceveremmo, a cosa servono? 

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PNR