di Maria Serra

Quando si avvicina l’appuntamento elettorale è sempre un periodo di bilanci. E i bilanci si sa, fanno paura, soprattutto quando alla fine di un percorso c’è un semaforo rosso che ti aspetta inesorabile.

Se c’è infatti un problema che affligge i cittadini di questo Paese è proprio quello delle tasse, ma non tanto e non solo per la loro quantità, quanto piuttosto per il fatto che ad un esborso tanto importante non corrispondono in proporzione eguali servizi pubblici, per non parlare della tecnicità e delle complicazioni che tanta burocrazia e tanti tecnicismi ingenerano nel lavoro e nella vita sociale di ognuno di noi.

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Un aspetto interessante elaborato dal Centro Studi Impresa Lavoro è proprio l’indice della libertà fiscale (che tiene conto di sette indicatori) per cui l’Italia è ultima in Europa (dicembre 2017). In poche parole il nostro Paese si conferma fiscalmente oppresso e registra cattive performance nelle classifiche relative a ciascun indicatore analizzato: numero delle procedure (Svezia prima, Italia 24esima) e il numero delle ore (Estonia prima, Italia 23esima) necessarie a pagare le tasse, Total Tax Rate sulle imprese (Lussemburgo primo, Italia 20esima), costo in termini di personale impiegato per le procedure burocratiche sostenute per essere in regola con il fisco (Estonia prima, Italia 28esima), pressione fiscale in rapporto al Prodotto Interno Lordo (Irlanda prima, Italia 23esima), differenza della pressione fiscale in rapporto al PIL maturata dal 2000 al 2015 (Irlanda prima e Italia 25esima) e infine pressione fiscale sulle famiglie, intesa come la percentuale di tasse sul reddito familiare lordo che paga un nucleo tipo di due genitori che lavorano con due figli a carico (Estonia prima, Italia 25esima).

Nulla di più vero visto che secondo i dati forniti dal rapporto Taxation Trends 2017 della Commissione europea, l’Italia si colloca al secondo posto nell’Unione per aumento della pressione fiscale rispetto al Pil. Dal 2005 al 2015 l’incremento è stato il secondo più alto, a +3,2%, oltre il doppio di quello registrato nell’Eurozona e più del triplo della UE28 (+1%).

Peraltro tutte queste tasse sono la vera motivazione del caos politico nel quale stiamo vivendo, creando le condizioni per la nascita di movimenti che ne attribuiscono la causa al mantenimento dell’apparato politico-istituzionale. Nulla di più falso se non il totale inasprimento del rapporto tra politica e cittadini, tanto più che di tagli, sull’onda di capillari campagne mediatiche, ne sono stati fatti tanti, a fronte di tasse che invece non sono affatto diminuite. Dove sta dunque il problema? Risiede nell’incapacità, sì politica, di saper gestire queste risorse che si disperdono in mille rivoli invece che essere dirottate dagli amministratori su azioni precise e tangibili nell’immediatezza, ma, nel paradosso, l’unica via di uscita o rimedio può essere solo quella politica che decide di riappropriarsi del proprio ruolo intervenendo con programmi precisi che puntano ad aumentare i servizi e a diminuire la burocrazia.

Ci sono fior di studi, come quello citato, che dovrebbero essere presi in considerazione per capire quali e quante sono le azioni correttive che sarebbe necessario mettere tra le priorità dei programmi dei singoli partiti, di pari passo con le relative possibili soluzioni. Un aspetto interessante potrebbe essere anche quello di rivedere il Titolo V della Costituzione che ha consentito di demandare interamente alle Regioni materie come la sanità e i trasporti. Certamente le Regioni sono e rimangono un intermediario importante per comprendere e intervenire a ragion veduta sulle problematiche dei territori. C’è però anche da dire che, in alcuni casi, sono la causa di una dispersione e/o di una moltiplicazione di esborso di risorse sia sul fronte dei prelievi fiscali che su quello della riallocazione di queste risorse. Certamente è uno di quei temi che, alla luce delle riforme di sistema che ci chiede l’Europa, andrebbe riaperto e semplificato.

Ciò significa, ancor più, la necessità che il voto nazionale e quello regionale del prossimo 4 marzo si esprima al massimo della capacità. Chi si autoesclude dal dibattito è funzionale al motto gattopardesco del “tutto cambi perché nulla cambi”. In Italia, dati Istat, la capacità di voto comprende 50milioni circa di persone. Coloro che non si informano mai di politica (22,6 per cento), nel 60,2 per cento dei casi, indicano tra i motivi della mancata informazione il disinteresse e nel 31,3 per cento dei casi la sfiducia nei confronti della politica italiana. Le percentuali più elevate di persone che non si informano mai dei fatti della politica italiana si registrano nel Mezzogiorno: il 30,6 per cento nel Sud e il 30,4 per cento nelle Isole.

Se già la politica ripartisse da questi semplici dati incrociandoli con quelli su tasse e burocrazia, avremmo imboccato la strada giusta.

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PNR