di Anna Maria Di Pascale

L’Appello per la scuola pubblica, apparso recentemente in rete, lamenta la situazione dell’istruzione in Italia, ma – a mio avviso – testimonia soprattutto la paura del nuovo che caratterizza da un po’ di tempo intellettuali e politici italiani. Si avverte un immobilismo nascosto dietro petizioni di principio, mascherato con propositi di un rinnovamento, sulla base di una analisi che appare ampiamente articolata, ma che in realtà rimane molto vaga e non nasce da una seria riflessione storica sul fenomeno preso in esame e sulla sua realtà attuale.

Leggendo l’Appello mi pongo subito una domanda. Dove è finito il dibattito che qualche anno fa (2012-2013) si era sviluppato intorno al problema dell’apprendimento? C’erano stati allora interventi perfino sulla possibilità di una interazione tra pedagogisti e neuroscienziati. Si parlava di nuovi bisogni formativi, di nuove metodologie che tenessero presenti le recenti acquisizioni scientifiche e destavano grande interesse testi che avevano coniato espressioni come “didattica enattiva” e che prendevano in esame le ricerche sui cosiddetti neuroni-specchio.[1]

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Alcuni pensavano che questo dovesse essere il secolo di una profonda riflessione sull’apprendimento e parlavano addirittura del “secolo della Didattica”. Da più parti si poneva il problema della comunicazione come conoscenza e comprensione dell’altro, si teorizzava una lezione che non si limitasse a uno scambio unidirezionale ma che sviluppasse l’apporto reciproco tra docente e allievo. Nessuno poneva in dubbio che all’insegnante spettasse il ruolo di “responsabile e garante” del dialogo educativo, ma era forte anche la convinzione che fosse necessario affrontare con grande serietà il problema didattico di come fare lezione  perché questo non era giudicato solo una “rifinitura burocratica” (così come si afferma all’inizio dell’ Appello).

Mi sembra necessario andare indietro negli anni per riflettere sulla storia della nostra scuola. A cominciare dagli anni ’70 del secolo scorso molti insegnanti e molte scuole hanno coltivato la speranza di un rinnovamento radicale nel sistema educativo. Il cambiamento nella maggior parte dei casi non voleva stravolgere il sistema delle discipline di studio, ma era centrato proprio su una didattica innovativa che rispondesse alle esigenze della scuola di massa. Veniva coltivata un’utopia: una scuola che rivolgendosi a tutti vincesse la sfida nel suscitare interessi e curiosità tali da permettere a tutti di accrescere conoscenze e capacità critiche.  Questi tentativi di rinnovamento, partiti – non dall’alto del Ministero o dell’Università –  ma dalla pratica didattica degli insegnanti, in parte si sono realizzati e hanno indicato una linea di tendenza per tanti progetti di sperimentazione  di cui non si parla più. Nel tempo sono cambiati i modelli strutturali (dalla Maxi-sperimentazione ai Progetti Brocca, alla sperimentazione delle scuole dell’Autonomia), fino ad arrivare  alla chiusura delle  sperimentazioni, decisa nel 2008 con la “riforma Gelmini”. Oggi quel tesoro di riflessioni e di innovazione metodologica accumulato negli anni sembra ignorato. Certamente esso ha lasciato alcune tracce nella “Buona Scuola”, ma nell’Appello queste tracce non sono prese in considerazione, e non sappiamo dunque che cosa di quelle proposte potrebbe essere migliorato, che cosa cancellato. In questo Appello per la Scuola Pubblica, infatti, tutto il passato viene liquidato in modo molto sbrigativo come “un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica”.

Parlando di scuola noi abbiamo sempre sentito lamentare la lontananza tra scuola e realtà, ma in questo Appello non ci si preoccupa se lo scarto, tra ciò che ha senso per gli uni e quello che ha senso per gli altri, potrebbe diventare sempre più abissale. Nel corso delle passate esperienze di sperimentazione  gli insegnanti hanno riflettuto sul fatto che non si possono trasmettere i valori della tradizione senza cercare anche di condividere con i giovani l’appartenenza a un mondo della comunicazione e della conoscenza che ha caratteristiche nuove. Ora, invece, sembra che ci si dimentichi  che è proprio compito del bravo maestro superare la paura del nuovo per approfondirne la conoscenza, in modo da guidare gli alunni in un mondo che cambia e che ha bisogno di una bussola sicura per dirigersi verso il futuro senza smarrire il fondamentale rapporto con il passato.  Sarebbe necessario pertanto creare un sapere realmente condiviso tra insegnante e alunni e non far riferimento esclusivo a un sapere costituito da formule ripetute, da frasi che echeggiano il discorso di docenti legati esclusivamente alla “loro” cultura.

Se vogliamo evitare lo scollamento tra scuola e mondo esterno alla scuola, perché dunque riproporre – come si intuisce nell’Appello – la scuola come luogo chiuso, ripiegato su se stesso? L’alternanza scuola-lavoro, controllata e gestita con studio e cura da una parte e dall’altra potrebbe determinare l’apertura auspicata. Potrebbe contribuire a creare un sapere dei giovani condiviso non soltanto con gli insegnanti ma anche con altri soggetti esterni alla scuola.

Ci sono molti problemi irrisolti nella nostra scuola ma di questi non si parla nell’Appello. Fra gli altri, uno sul quale dopo anni di insegnamento continuo a interrogarmi: è bene lasciare il pomeriggio libero agli studenti per organizzare in modo autonomo lo studio e altre attività non previste dalla scuola, oppure lavorare per un orario scolastico più lungo e ricco di iniziative e di offerte culturali che permettano non solo di approfondire le discipline curricolari ma anche il contatto diretto con la musica, l’arte, il teatro?  Certamente sarebbe indispensabile che le scuole avessero aule speciali: aule multimediali, aule video, biblioteche e mediateche e che queste fossero aperte fino a sera e anche (perché no?) la domenica. E’ Utopia? Tutti dicono che bisognerebbe investire sulla scuola, ma questo continua a rimanere solo un desiderio.

[1] Pier Cesare Rivoltella, Neurodidattica. Insegnare al cervello che apprende, Milano, Cortina, 2012, Pier Giuseppe Rossi,  Didattica enattiva. Complessità, teorie dell’azione, professionalità docente, Milano, Franco Angeli, 2011)

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PNR