La Stampa, 19 novembre 2016 –

Ci scopriamo più emotivi che razionali quando votiamo o scegliamo cosa acquistare. I fatti e i risultati della scienza contano sempre meno, mentre i pregiudizi e le emozioni guidano sempre di più le nostre scelte. È un problema che non va sottovalutato perché riguarda il modo in cui prendiamo decisioni e soprattutto, le conseguenze che queste possono avere sul nostro futuro. Gli italiani hanno dimostrato di essere avari del metodo scientifico sperimentale. Ai risultati della razionalità empirica preferiscono drogarsi con le emozioni dei pregiudizi.
Questa attitudine anti scientifica ha radici profonde nel nostro Paese tanto che ci ha ben distinti nel tempo dalla tradizione delle liberal democrazie anglosassoni.
Paradossalmente, l’avvento della società dell’ informazione ha reso le conoscenze disponibili ad un numero sempre maggiore di cittadini, aiutandoli nel compiere scelte, ma ha consentito che ai risultati della ricerca empirica si preferiscano affermazioni (slogan) svuotate di qualsiasi presupposto scientifico ma che rassicurano i nostri pregiudizi culturali. Sono i social media che oltre a connetterci ci consentono di divulgare e promuovere qualsiasi assunto senza filtri e senza esercitare il senso critico.

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L’assenza di una barriera di verifica ha condizionato il successo di queste piattaforme ma ha anche sancito la supremazia qualitativa e quantitativa delle scelte emotive rispetto a quelle sperimentali. Non commettiamo però l’errore – antiscientifico – di limitarci ad imputare tutte le cause allo strumento sociale. Sul tavolo degli imputati ci siamo noi e la nostra formazione. Il primato dell’emotività e del pregiudizio sulla razionalità ha cause complesse, essenzialmente riconducibili al nostro funzionamento cognitivo: preferiamo le emozioni ai fatti; cerchiamo sempre quelle notizie che confermano i nostri preconcetti mentre sfuggiamo i fatti che smonterebbero la nostra visione del mondo; tendiamo a difendere i gruppi sociali con cui ci identifichiamo. Ma altrove l’educazione al metodo scientifico ha favorito, in base all’esperienza, il primato dei fatti.
Purtroppo la didattica italiana seppure ci ha donato eccelsi scienziati, sottovaluta lo spirito critico preferendo una didattica totalitaria che rinuncia al confronto a vantaggio di un sapere preconfezionato e imposto dal docente. Nelle scuole italiane non si discutono i contenuti, si memorizzano. Si studia la scienza, non la si fa seguendo il metodo rigoroso e i risultati sperimentali; si accettano i risultati scientifici raggiunti da altri senza confutarli e falsificarli.
La scuola italiana è un’antologia della scienza e non un laboratorio.

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PNR