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Privacy: non si parli solo di Facebook PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Paganini   
lunedì 24 agosto 2009

Commento scritto con Luca Bolognini dell'Istituto Italiano Privacy, pubblicato su Libertiamo

C'è la Facebook mania, chiaro. Non facciamoci distrarre, la privacy non è solo social network; il vero pericolo, la sfida, l'opportunità arriva da altrove, per esempio i motori di ricerca, che costantemente monitorano cosa facciamo online, lo registrano, lo salvano e lo memorizzano, per profilarci. E' un servizio? Si, ma è un servizio che dovremmo scegliere. La libertà di scelta è un fondamento alla base del proprio diritto di essere lasciato in pace.

PRIVACY ON LINE, NON SI PARLI SOLO DI FACEBOOK

di Luca Bolognini* e Pietro Paganini**

 Il recente intervento del Garante per la Privacy e gli articoli a proposito del “rischio Facebook”, apparsi in queste settimane sui principali quotidiani italiani, meritano, a nostro avviso, maggiore approfondimento e qualche puntualizzazione. L'analisi sulle tendenze psico-sociologiche e sui “gusti” o sugli “scopi” dei singoli utenti è certamente importante. E' vero che certi siti sono spesso aggregatori di legami deboli e illusori. Tuttavia, è bene aggiungere un ulteriore dato di fatto, non secondario: per milioni di persone i network sociali quali Linkedin, Twitter, Facebook e MySpace, sono veri e propri strumenti di produzione, comunicazione e di promozione di ciò che fanno, pensano, inventano. Internet è diventata la nuova “piazza dei perditempo” ma è anche il luogo delle opportunità, dove creare, produrre e innovare; i numeri della rete sono significativi.

Il nostro intervento non vuole però occuparsi dell'aspetto relazionale. Ci interessa piuttosto approfondire tre fattori (legati anche a Facebook) che hanno implicazioni legali ed economiche davvero rilevanti, con particolare riferimento ad un diritto fondamentale delle persone, la loro privacy.

Primo, nei social network esiste un problema di privacy, e quindi di protezione dei dati sensibili degli utenti. E’ bene allora che Facebook migliori continuamente le sue privacy policies rendendole più accessibili e comprensibili agli utenti. Questo vuol dire che Facebook, operando con i dati dei cittadini europei, non dovrebbe mai imporre né rinviare a regolamenti contrattuali o a luoghi/modi di risoluzione delle controversie che non siano permessi dalle norme comunitarie. Per esempio, dovrebbe garantire la cancellazione completa e immediata dai suoi server dei dati di chi si “disiscrive”, senza aspettare che sia l'utente a richiederlo espressamente. Ancora, dovrebbe non dare per scontato ma anzi chiedere prima, non dopo, un separato e consapevole consenso al trattamento dei dati personali per scopi di profilazione marketing. Dovrebbe sempre rispondere ad istanze di accesso da parte di soggetti interessati (che chiedano la correzione, l'aggiornamento, la rimozione di propri dati personali da FB) nel minore tempo e con la massima solerzia possibile: infatti, è possibile pubblicare un dato, una foto ad esempio, anche di chi non vi sia iscritto e questo rende imprescindibile la prontezza d'intervento in caso di violazioni. Infine, a nostro parere, dovrebbe verificare con sempre maggiore attenzione l'identità di chi si registra, per prevenire furti o scambi di persona - furto di identità, ma anche per proteggere e far rispettare perfettamente i diritti dei minori. Sappiamo bene quanto sia grave il fenomeno delle frodi creditizie perpetrate da malintenzionati che si spacciano per altri ignari soggetti o, peggio, quanto sia terribile la piaga della pedofilia on line, spesso oggettivamente facilitata dalla mancanza di controlli “rafforzati” di identificazione degli utenti di sistemi di relazione via web (controlli che sono già la norma nei siti d'aste o di pagamento).

Secondo, servono la diligenza degli utenti e lo sforzo informativo dei Governi. Sì, questi soggetti devono essere coinvolti nel gioco delle responsabilità e il dilemma “privacy vs Internet” non può essere lasciato tutto sulle spalle delle sole imprese tecnologiche. Una forte responsabilità ce l'hanno, dunque, le persone che utilizzano le piattaforme di social networking: al pari degli operatori professionali, anche i singoli utenti devono rispettare il corretto trattamento di dati personali e la privacy di terzi, da un lato, ed essere prudenti nella diffusione di dati propri, dall'altro (esattamente come si chiede sicurezza a chi produce le automobili ed è necessario, insieme, esigere cautela e competenza anche da parte di chi le guida, in un bilanciamento tra diritti e doveri). Per favorire consapevolezza, responsabilità e diligenza tra gli utenti di Facebook e di Internet in generale, specie se minorenni, è poi indispensabile che la UE e i Governi si adoperino per sviluppare campagne informative di massa, anche in ambito scolastico, che educhino ad un uso corretto dello strumento (sotto il profilo legale e psicologico). Arriveranno risorse per questi obiettivi?

Terza e ultima questione: Facebook è una grande realtà e merita giustamente attenzione, ma non è il solo soggetto che effettua profilazioni e trattamenti di dati personali su Internet o su sistemi di comunicazione. Il rischio di “Grande Fratello” è ben presente in molti altri casi, sia nel settore privato sia in quello pubblico. Da tempo, come Istituto Italiano per la Privacy chiediamo a Google – cioè al principale motore di ricerca del mondo con più di due terzi del mercato di riferimento – di intervenire sulle sue privacy policies e in particolare: di ridurre a sei mesi i tempi di conservazione dei dati di ricerca (attraverso i quali si possono desumere informazioni sensibilissime sugli utenti), ma soprattutto di interrompere e non effettuare qualsiasi trattamento di dati personali a scopo di marketing o profilazione che non sia autorizzato da una specifica, preventiva, chiara richiesta di consenso agli utenti. Allo stesso modo, siamo estremamente preoccupati dalla progressiva invasione degli Stati nella privacy dei cittadini e ci chiediamo quanto le ragioni di sicurezza e di contrasto al crimine possano spingersi avanti nello “schedare”, sorvegliare i comportamenti o intercettare le comunicazioni di persone innocenti, prima che queste abbiano commesso errori o illeciti, con l'obiettivo di prevenire violazioni e attacchi. E' il caso dei nuovi accordi PNR in fase di elaborazione tra UE e USA per i controlli sui viaggiatori (che comprenderebbero le nostre abitudini di navigazione) o quello dei filtri previsti dalla legge Hadopi in Francia (non siamo contrari alla protezione della proprietà intellettuale, anzi, ma servono sistemi non invasivi di monitoraggio, che non ledano la riservatezza di tutti, a priori, per trovare chi ruba beni immateriali). Insomma, la privacy non riguarda solo i social network. Nessuno deve essere spiato e profilato senza che vi sia, a monte, una scelta consapevole o una ragione giusta, prevalente e trasparente. In gioco, anche su Internet, c'è il diritto fondamentale più alto e antico: la libertà.

 

* Luca Bolognini è Presidente dell'Istituto Italiano per la Privacy

** Pietro Paganini è Pofessore alla John Cabot University

 

 
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