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Crisi? Se ne esce con politiche concrete per l'Ambiente PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Paganini   
venerdì 21 agosto 2009

Commento pubblicato su Europa.

Dalla Crisi si può uscire con politiche diano fiato all'imprenditorialità e all'innovazione. Le nuove tecnologie ambientali possono essere uno strumento. Occorrono politiche razionali e non demagogiche che tutelino l'ambiente e stimolino la crescita economica.

 Per uscire dalla crisi occorrono politiche concrete per l’ambiente

Nelle crisi economiche si può sempre trovare qualcosa di positivo. Esse portano delle opportunità; rappresentano un'occasione per innovare; per creare nuove imprese e percorsi imprenditoriali originali. Rappresentano anche il momento giusto per riformare le politiche economiche e industriali di un paese. Sono un'opportunità che troppo spesso però i Governi faticano a considerare. Reclamano l'innovazione ma ne hanno paura, sostenendo politiche che muovono nella direzione esattamente opposta. 

Per dimostrare quanto sostengo, mi servirò di un esempio attuale, quello delle nuove fonti energetiche, dei bio carburanti in particolare. Essi sembrano rappresentare una ghiotta opportunità: rappresenterebbero un’innovazione per il sistema economico; contribuirebbero a creare nuove imprese (posti di lavoro, ricchezza ed entrate fiscali); contribuiscono a migliorare l'ambiente in cui viviamo, aiutandoci a creare un ecosistema migliore rispetto a quanto abbiamo fatto fino ad ora. Non mi sembra poco. Ci si aspetterebbe quindi che politici e istituzioni si impegnassero a implementare (concretamente, non semplicemente a propagandare) un pacchetto di regole precise che favorisca il mercato dei biocarburanti. L’uscita dalla crisi sarebbe più rapida e meno dolorosa; consumatori e produttori di automobili (tanto cari ai governi europei) ne trarrebbero vantaggio. Eppure così non succede; al contrario si riproducono le medesime logiche che hanno accompagnato la presente crisi economica e che rappresentano il tumore maligno dell'Europa contemporanea.

I produttori europei di biocarburanti operano pressioni su Bruxelles affinché li “protegga”; vorrebbero infatti limitare la libera circolazione dei prodotti concorrenti provenienti da paesi fuori dall’area UE, come USA e Asia. I biocarburanti provenienti da USA e Asia costano molto meno. I produttori europei, tedeschi in particolare, accusano i concorrenti americani di “drogare” i prezzi verso il basso (dumping) a scapito di una corretta competizione. Se anche fosse vero, il vantaggio per i consumatori europei sarebbe considerevole. Naturalmente anche i produttori di auto ci guadagnerebbero. A differenza degli americani, i produttori asiatici non possono essere accusati di cattiva concorrenza. Eppure non sono i benvenuti. Essi ottengono i biocarburanti dall’olio di palma che si sta rivelando molto più conveniente ed è certamente il più efficiente e sostenibile: occorrono 0.26 ettari di terra per produrre una tonnellata di olio di palma, contro 1.5, 2 e 2.2 per l’olio di soia, girasole e colza, rispettivamente. Di conseguenza si impiegano meno ettari di terra, che significa un minor impiego di acqua, fertilizzanti e pesticidi. Le palme da cui si ricava l’olio sono anche un ottimo strumento per assorbire diossido di carbonio. Sono fatti significativi. Difficile trovare una spiegazione plausibile a questo rifiuto. Non ci sono scuse. Ma al peggio non c’è mai fine.

In soccorso dei produttori europei corrono alcuni gruppi ambientalisti che vorrebbero limitare la produzione e il consumo dei biocarburanti e preferiscono altre forme di energia quali il sole e il vento. Sono proposte apprezzabili, ma oggi non sono in grado di soddisfare il fabbisogno energetico e, soprattutto, non sono in grado di stimolare la ripresa economica e la fuga dall’attuale crisi. Gli ambientalisti sono preoccupati per la deforestazione delle aree tropicali di cui per altro si è discusso in questi giorni al vertice di Ministri UE di Stoccolma. La deforestazione e la conseguente distruzione della biodiversità sono una piaga drammatica, ma non riguardano certo l’olio di palma. La Malesia che è il primo produttore al mondo, ha limitato al 20% la coltivazione del proprio territorio; il 60% rimane foresta tropicale (in Europa meno del 20% è occupato da foreste).

Il risultato di questo paradosso ideologico è uno solo a mio avviso: protezionismo. Ne conosciamo bene le conseguenze. Il protezionismo non è la via per la crescita economica e l’innovazione; al contrario, esso peggiorerà le cose. C’è anche una contraddizione, il protezionismo mascherato da ambientalismo favorisce ancora una volta i paesi occidentali ricchi (europei in questo caso) ed impedisce a quelli in via di sviluppo di promuovere il commercio e quindi di crescere. Il caso dell’olio di palma è emblematico: i paesi produttori non ci copiano, non fanno dumping, non sfruttano i lavoratori, non distruggono l’ambiente - al contrario lo preservano - sono semplicemente più bravi. Eppure la strana alleanza tra corporazioni europee e gruppi ambientalisti sta pressando i governi affinché facciano il contrario di quello che si dovrebbe fare nell’interesse dei propri consumatori e dei paesi in via di sviluppo di cui si è tanto parlato durante il recente G8. Purtroppo non possiamo sperare nell’intervento degli Stati Uniti, come abbiamo spesso fatto. Con la nuova Amministrazione Obama e il Congresso democratico, anche i campioni del libero mercato hanno intrapreso una politica di protezionismo. La conseguenza logica è che i produttori europei si spingano a chiedere “protezione” a Brussels. Il protezionismo è un circolo vizioso, dal quale si fatica ad uscire. La lezione della crisi del 1929 potrebbe essere servita davvero a poco.

Il prossimo parlamento europeo è chiamato a discutere la direttiva sulle energie rinnovabili, un buon pacchetto che dovrebbe portare in poco tempo l’Europa ad impiegare più energie rinnovabili, inclusi i biocarburanti e sviluppare nuove e migliori tecnologie verdi. Si tratta di un passo importante verso un’economia verde ma soprattutto di un’accelerazione della crescita economica. Le premesse sarebbero buone, sennonché, sotto la pressione di ambientalisti e produttori europei di biocarburanti, la Commissione uscente ha pensato bene di adottare una politica miope che rischia di limitare la libertà di commercio e precludere l’impegno dell’Europa per l’ambiente. L’auspicio è che i Governi agiscano razionalmente.

 
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