100 nomi per combattere il populismo

di Raffaello Morelli

Va di gran moda disperarsi per il pericolo populista. Eppure il pericolo reale non è il populismo in sé ma ciò che lo provoca, cioè la pessima gestione pubblica. Tanti elettori esasperati sono disposti a tutto  pur di liberarsi di chi gestisce le istituzioni per sé e non per i cittadini. Per  combattere il populismo, occorre cominciare dal combattere la pessima gestione. Di cui un carattere grave è la mancanza di trasparenza. Che nasconde ai cittadini i dati per valutare il comportamento di chi li rappresenta e che intesse una cortina dietro cui può succedere ogni cosa.

Prendiamo una scadenza in corso, il salvataggio del Monte dei Paschi.  Di recente il governo italiano ha avuto il sospirato via libera UE per arrivare al fabbisogno di capitale del MdP stimato in 8,8 miliardi tramite una ricapitalizzazione preventiva di 6,6 miliardi senza violare il divieto di aiuti di Stato. Qui sorvolo sulle condizioni imposte dalla UE (conferma BCE della solvibilità MdP,  vendita di 26 miliardi di crediti deteriorati a circa un quinto del facciale per limitare le perdite aziendali,   tetto  di 10 al rapporto tra stipendi degli alti dirigenti MdP e quelli medi dei dipendenti), essendo aspetti tecnici pur importanti. Mi soffermo su un aspetto decisivo per il presente articolo. La somma di quanto erogato nell’ultimo decennio porta  il Tesoro a detenere oltre il 70% del capitale MdP. Nell’ottica liberale non entusiasma. Eppure il disastro economico fatto dai gestori della banca (targati sinistra, DS, Margherita e poi PD) avrebbe avuto conseguenze assai peggiori per tutti, se lo Stato non fosse intervenuto. La questione sta sul come i cittadini riescono a conoscere il mondo MPS di proprietà pubblica per tre quarti. E’ un punto non eludibile nella prospettiva di combattere la  troppo opaca trasparenza. Perciò è urgente accogliere la richiesta di conoscere i primi cento debitori del MPS, avanzata da tempo dal Presidente della Toscana, dal Presidente dell’Associazione Bancaria e dall’economista Zingales. Con FI al Senato che ha detto no a votare la ricapitalizzazione preventiva senza conoscere già quei nomi.

Su tale richiesta c’è stato un fuoco di sbarramento fitto. Soro, dell’Autorità per la Privacy, PD cattolico chiuso,  ha sbandierato la necessità di non violare la riservatezza delle persone fisiche richiedenti un prestito. Con ciò confondendo  i cittadini qualunque con i massimi debitori di un istituto da salvare con i soldi dei cittadini. E due diversi  economisti su due quotidiani di impostazione contrapposta (in teoria), il Fatto e l’Inkiesta, hanno svolto considerazioni analoghe, in sostanza basate sul concetto che conoscere i nomi creerebbe capri espiatori, non coglierebbe le responsabilità dei bancari, non spiegherebbe il quadro economico generale degli avvenimenti. L’importante sarebbe identificare un quadro di responsabilità, anche se difficile quando i principali insolventi sono condivisi tra più istituti. Queste considerazioni non colgono che la richiesta dei 100 nomi grandi debitori non rientra nel polverone giustizialista per affidare ai giudici il compito di sciogliere i nodi penali. Non si capacitano che in un paese ove né le Regioni , né l’ABI, né gli economisti, né tanto meno i cittadini dispongono dei flussi in essere dei dati creditizi (disponibili invece per Banca d’Italia ed organi di vigilanza bancaria), la richiesta serve per dare agli italiani un quadro veritiero di come girano i meccanismi finanziari  e di quali sono le reti effettive di amicizie e di interessi. In altre parole la richiesta dei 100 nomi serve a dare quella trasparenza che non c’è e che è indispensabile quando il gestore è pubblico e si usano  soldi dei cittadini.  Le responsabilità penali non c’entrano. L’obiettivo è migliorare la capacità di giudizio degli elettori anche in assenza di reati. Nella democrazia liberale, il privato non ostacola il cittadino nell’esprimere il suo giudizio civile avendo la massima conoscenza dei fatti.

In materia di trasparenza, un passo avanti importante c’è stato nelle ultime ore con la legge istitutiva della bicamerale di indagine sulle banche. Comprenderà 20 senatori e 20 deputati, durerà un anno e alle sue indagini non sarà opponibile nessun segreto, né d’ufficio, né bancario, né professionale. Ciò in riferimento agli istituti in crisi o finiti in campo pubblico o già sottoposti a risoluzione. Dunque, l’ambito è molto più vasto della richiesta di conoscere i cento nomi dei grandi debitori di MPS. Tuttavia è un ambito assai più complesso, più specialistico e con tempi assai più lunghi (le conclusioni verranno dopo le elezioni politiche). Ne consegue che la bicamerale non intacca la richiesta sui cento grandi debitori di MPS. Che  è un tassello di rilievo nella capacità civile di comprendere ciò che avviene nei veri rapporti e nei reali comportamenti dei coinvolti. Tanti nomi sono circolati, sarebbe essenziale esser certi.

Tra i nomi circolati ne spiccano almeno due. La società Sorgenia della famiglia De Benedetti  ha lasciato 600 milioni di debito, inducendo MPS a  convertire i crediti in azioni dell’azienda e a gestirla (dunque una sorta di cessione programmata). E poi il gruppo Marcegaglia, di cui si dice sia il primo debitore MPS, per più di 2,1 miliardi.  Il gruppo Marcegaglia fa capo ai fratelli Emma e Antonio alla pari  , tra i quali Emma, la maggiore, dopo essere stata dal ‘04 al ‘12  vice e poi Presidente di Confindustria, è stata nominata Presidente ENI ad aprile ‘14  confermata  nel ‘17. In questo ruolo ha potuto presentarsi ai banchieri nella duplice veste di debitrice con l’acqua alla gola e di cliente da sogno. Nella  veste ENI, a primavera 2016, ha guidato le industrie pubbliche ad eleggere sul filo di lana il nuovo Presidente di Confindustria, subito schieratosi, grato, in appoggio alla proposta oligarchica di riforma della Costituzione voluta dal governo. In questa primavera, il gruppo Marcegaglia, in quanto industria italiana, ha fatto parte insieme alla Banca Intesa della cordata franco indiana cui il governo, i primi di giugno, ha assegnato la siderurgia ILVA, nonostante le ritrosie dell’Antitrust UE, il parere negativo dei tecnici e la presenza di un’altra offerta superiore. Le ragioni dell’operazione sono divenute subito chiare poiché il gruppo Marcegaglia sta per cedere gran parte della propria quota nella cordata alla Banca Intesa a scomputo del grosso debito. In conclusione, assegnare l’ILVA ha soddisfatto le esigenze finanziarie di una fedele seguace.

Si vede dunque che avere i nomi certi dei 100 grandi debitori del MPS serve non a cercare capri espiatori di reati inesistenti, bensì per rendere trasparenti,  quando lo Stato salva il MPS,  i criteri di gestione di quel mondo, i nomi coinvolti e il grado di credibilità di chi promette a parole rinnovamento e pulizia. I 100 nomi sarebbero un passo concreto per combattere il populismo e la disaffezione alla politica.

Rai1 – Uno Mattina Estate: In Fuga all’Estero con la Pensione

Attratti dal clima, dal costo della vita inferiore, da interessanti trattamenti fiscali, sono sempre di più i pensionati italiani che emigrano. Medici, avvocati, ma anche impiegati e operai, il sogno è per tutti lo stesso: vivere meglio con la propria pensione. Sono già 470mila i pagamenti che l’Inps spedisce oltre confine: perché ci sono dei paesi dove la loro pensione ‘lievita’ miracolosamente, grazie al potere d’acquisto diverso.

Nel 2014 i pensionati espatriati sono aumentati del 40%. Legittimamente, percepiscono una cifra vicina al lordo della loro pensione e vivono in Paesi che hanno un costo della vita inferiore rispetto al nostro. Le istruzioni dell’Agenzia delle entrate per i residenti all’estero prevedono che i redditi da pensione siano tassati in Italia, tranne che nei Paesi dove ci sono accordi contro la doppia imposizione. Alcuni Paesi hanno visto bene di fare concorrenza al fisco italiano e hanno abbassato l’aliquota sulle pensioni, attirando soprattutto i nostri pensionati. Iscritti al registro dei residenti all’estero anche loro. Nessuno li può accusare di evadere tasse, ma di elusione, magari, sì. Ad esempio se solo la residenza è all’estero mentre la dimora dovesse risultare ancora in Italia.

Senza contare che, con la nuova norma, si potrà creare una banca dati che il fisco potrà utilizzare in caso di una stretta sui pensionati emigrati. Non è fantascienza. Qualche tempo fa il presidente dell’Inps Tito Boeri segnalò l’alto costo per le casse pubbliche del fenomeno e propose di ricalcolare gli assegni dei pensionati all’estero, tagliando la parte retributiva.

Guarda il mio intervento ad Unomattina Estate

Rainews – Studio24: Lo Ius Soli Trasforma il Senato in un Ring

Da ieri in Italia si è tornati a discutere della legge sulla cittadinanza, approvata dalla Camera alla fine del 2015 e da allora in attesa di essere esaminata dal Senato (dove la maggioranza ha numeri molto più risicati). La legge espande i criteri per ottenere la cittadinanza italiana e riguarda soprattutto i bambini nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia da piccoli. La legge è sostenuta dal Partito Democratico, mentre sono contrarie le principali forze di opposizione: Forza Italia e Lega Nord si oppongono in maniera molto visibile – ieri la Lega ha tenuto una manifestazione di protesta all’interno del Senato – mentre il Movimento 5 Stelle ha deciso di astenersi, come già aveva fatto alla Camera.

Come funziona adesso
L’ultima legge sulla cittadinanza, introdotta nel 1992, prevede un’unica modalità di acquisizione chiamata ius sanguinis (dal latino, “diritto di sangue”): un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”. Questa legge è da tempo considerata carente: esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia, e lega la loro condizioni a quella dei genitori (il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere, e costringere tutta la famiglia a lasciare il paese).

Cosa cambierebbe
La nuova legge introduce soprattutto due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni: si chiamano ius soli (“diritto legato al territorio”) temperato e ius culturae (“diritto legato all’istruzione”).

Lo ius soli puro prevede che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza: ad oggi è valido ad esempio negli Stati Uniti, ma non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea. Lo ius soli “temperato”presente nella legge presentata al Senato prevede invece che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:

– deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– deve superare un test di conoscenza della lingua italiana

L’altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivato entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Un po’ di dati
Secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa su dati ISTAT, citato da Repubblica, al momento in Italia ci sono circa 1 milione e 65mila minori stranieri. Moltissimi di questi ragazzi sono figli di genitori da tempo residenti in Italia, oppure hanno già frequentato almeno un ciclo scolastico (a volte le due categorie si sovrappongono). Sempre secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa, al momento i minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Per quanto riguarda lo ius culturae, sono invece 166.008 i ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia, non tenendo conto degli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni.

Guarda il mio intervento a Studio24 qui

Per Conoscere, Sosteniamo la Scienza e il Metodo Scientifico

E’ stato presentato ieri, giovedì 15 giugno, presso la Sala Nassirya del Senato della Repubblica, l’appello promosso e sottoscritto da accademici, ricercatori, scienziati, cittadini e politici, a favore della scienza e del metodo sperimentale quale strumento critico per migliorare la conoscenza e stimolare lo sviluppo sociale ed economico. A firmarlo, ad oggi, numerosi scienziati e accademici di fama internazionale, oltre ad alcuni politici tra cui: Maria Chiara Carrozza, Mariastella Gelmini, Luigi Compagna, Raffaello Morelli, Antonio Pileggi, Stefano De Luca, Maurizio Vernassa..

Perché questo appello? Perché il crescente condizionamento delle decisioni dei cittadini attraverso l’emotività e i pregiudizi rischia di limitare le nostre libertà e di ridurre il nostro benessere. Nasce così l’esigenza di una comunità di persone di unirsi per rivendicare un principio sacrosanto: quello dell’importanza della conoscenza scientifica dei fatti che ha portato nei secoli alla nascita della società dell’informazione.

Eppure oggi questa società fa contare sempre meno i fatti e i risultati della scienza, e fa sempre più guidare le scelte dei cittadini dai pregiudizi e dalle emozioni. È stata definita l’epoca della post-verità, proprio in riferimento al suo distacco dai fatti reali.

I cittadini decidono sempre più assumendo per vere informazioni che non lo sono: basta che corrispondano alla personale visione del mondo. Non siamo più abituati, né tantomeno ci viene insegnato a leggere i fatti secondo il metodo sperimentale della scienza ma ci aggrappiamo alle informazioni rientranti nella nostra visione del mondo, senza discuterle, quasi per rafforzare ognuno la propria identità.

Viceversa l’esperienza storica ci insegna che chiudere la propria mente alle reali condizioni del mondo peggiora sempre i rapporti del convivere nella diversità e porta a regredire in termini di libertà e di benessere.

“La scienza è lo strumento con il quale l’uomo ha sviluppato la conoscenza e ci ha permesso di accrescere le nostre condizioni di benessere e prosperità. Paradossalmente, nell’età dell’informazione e di Internet, stregoni moderni che sfruttano le emozioni piuttosto che la ragione sono riusciti ad emarginare la scienza. Promuovere il metodo sperimentale a livello pubblico, partendo dalle scuole, è fondamentale per consentire ai cittadini di compiere scelte libere” – afferma Pietro Paganini, promotore dell’appello insieme alla prof.ssa Maria Chiara Carrozza. A fargli eco la Professoressa Carrozza: “Quella che stiamo vivendo è una fase delicata nella quale sta cambiando molto il rapporto tra capitale e lavoro e dove siamo obbligati a ripensare la scuola e il suo ruolo attraverso un progetto scolastico nuovo capace di proporre una visione globale e di rendere le nuove generazioni più consapevoli e capaci di fare delle scelte”.

“Questo Appello – ha aggiunto Raffaello Morelli, uno dei suoi primissimi promotori – non tratta un argomento settoriale bensì è la componente portante di un’azione politica per mettere al centro della vita democratica il ruolo del cittadino, che avanza le sue proposte in base ai fatti, confligge secondo le regole e sceglie con il voto indirizzi e persone di governo innescando il cambiamento e impedendo le incrostazioni conformiste e oligarchiche”.

Doveroso, infine, secondo il Senatore Luigi Compagna sottoscrivere questo appello “perché richiama ai principi cardine del liberalismo”. “Non dobbiamo permettere – ha detto Compagna – che il diritto alla falsa notizia inquini il funzionamento del diritto alla cittadinanza e quindi l’esercizio della democrazia”, continua Compagna, sottolineando la necessità di rendere più autonome nelle scelte le nuove generazioni. “Credo si debba trasformare il documento in mozione per chiedere al Ministro dell’Istruzione una commissione di alto profilo che inizi a pensare e a introdurre nel dibattito pubblico il fatto di non poter più prescindere dall’adottare il metodo scientifico”.

L’appello contiene un invito a tutti gli insegnanti affinché nell’esercizio delle proprie funzioni utilizzino il metodo critico così da stimolare gli studenti a confutare quanto viene loro trasmesso; un invito a tutte le scuole, al di là delle linee guida ministeriali, affinché sollecitino il dibattito critico sui fatti, piuttosto che la falsificazione delle ipotesi interpretative, e a promuovere percorsi adatti a diffondere il metodo sperimentale, che ad oggi è lo strumento più efficace per rispettare il ritmo del tempo; un invito a tutti i direttori delle testate e gli operatori dei social media, a favorire il controllo dei fatti e il dibattito in base al metodo sperimentale; un invito più generale rivolto a tutti gli italiani che navigano, scambiano opinioni e si confrontano, affinché riflettano prima di esternare i loro assunti, sforzandosi di verificare e confutare quello che hanno letto e sentito, nel segno critico del metodo sperimentale.

Per firmare l’appello clicca qui

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Ridiamo entusiasmo ai ragazzi

La Stampa, 10 giugno 2017

Anche quest’anno la scuola ha deluso molte attese. Non nascondiamoci dietro la solita retorica. Fatichiamo a riconoscere le incredibili trasformazioni che tutti noi, ma soprattutto i nostri ragazzi, stiamo vivendo. Non siamo in grado di dar loro una risposta. E’ colpa di noi insegnanti, anche dei più lungimiranti. Abbiamo lasciato alla politica il compito di fornirci una visione e guidarci verso il cambiamento con riforme improbabili. Abbiamo fallito. Abbiamo anteposto noi stessi ai ragazzi e ci siamo affidati a burocrati inefficaci, il cui unico obiettivo è il mantenimento dello status quo. I ragazzi devono ritornare al centro della scuola perché insegnare è un lavoro meraviglioso. Il verbo latino insignare ha il significato di imprimere, incidere nella mente. Questa attività di incisione va oltre il semplice trasferimento di nozioni.

Il Mr. Ringold del romanzo di Philip Roth, Ho sposato un comunista , ci fornisce un’immagine memorabile dell’ insegnante: «La sua passione era spiegare, chiarire, scomporre ogni argomento (…) con spontaneità viscerale, una rivelazione per ragazzetti come noi, addomesticati e rispettabili (…)». «Nella società umana, pensare è la più grande trasgressione di tutte. Il pensiero cri-ti-co è la trasgressione più grande di tutte» (nostra traduzione). Il pensiero cri-ti-co è sillabato per accentuare una importante distinzione: ciò che merita di essere analizzato, scomposto ed eviscerato, contro ciò che va selezionato, sottratto ed eliminato. Creare, da imberbi esseri umani, degli audaci e intelligenti trasgressori dovrebbe forse essere la massima ambizione per ciascuno di noi. Mr Ringold avrebbe potuto fare altro nella vita, eppure decide di dedicare le sue giornate a plasmare dei ragazzetti. Così dovrebbe essere per molti di noi. L’insegnamento, al di là della retorica, dovrebbe essere la massima aspirazione di ciascuno di noi. Dovrebbe essere una liturgia, la volontà di chi ha le conoscenze e gli strumenti di costruire la società di domani attraverso i nostri figli.

Insegnare è anche un’attività complessa, impelagata in formule ripetitive, in rituali navigati di correzione e controllo, in automatismi formali e robotici, ma che al contempo si eleva e proietta (o almeno dovrebbe) all’innovazione, alla visione a 360°, alla curiosità e all’entusiasmo della scoperta incantata, libera e continua.
Creare una narrativa potente, vigorosa, anche quando l’ intento è uno scrutinio analitico, metodico e solido, richiede energia, impegno, ma anche molta immaginazione. Gli insegnanti, oggi, come ieri, molto spesso sono costretti (o si auto-costringono per abitudine e per rassegnazione?) dentro modelli reiterati e scontati, incastrati in un sistema immobile da generazioni, trasmesso dalla tradizione sedentaria e polverosa del banco, della cattedra, del programma da seguire.

Come si facilita il pensiero indipendente se costretti nella gabbia del manuale, del rituale «impartisco nozione, eseguo verifica?». Come si aiutano i giovani a trasgredire, a trovare la passione nell’ unica vera ricerca possibile, quella di chiedere criticamente «perché»? La separazione tra ciò che vale la pena e ciò che può essere sottratto non ha nulla a che vedere con sangue e sudore, o con l’imparare a memoria formule o declinazioni irregolari.

Il perché del pensiero critico è la forza di chi vuole essere un formidabile, audace e libero pensatore. Questo vale per l’insegnante e per lo studente. Ma non ci sono ricette o panacee. Nel disincanto, ma forse anche nella speranza, Roth conclude che la tirannia è sempre meglio organizzata della libertà. Che questa lunga estate serva a tutti noi, politica compresa, a riflettere sul nostro ruolo, a ridargli centralità e dignità, e quell’ attitudine verso il metodo, la scienza, la passione e l’entusiasmo di cui i nostri ragazzi e la nostra società hanno disperato bisogno.

Qui l'articolo per La Stampa

Studio24 – Rainews: Elezioni in Gran Bretagna, cosa è successo?

Le elezioni politiche nel Regno Unito sono finite con una sconfitta per i Conservatori della prima ministra uscente Theresa May. Il partito ha ottenuto più voti in assoluto, ma ha perso la maggioranza in Parlamento e non potrà quindi governare da solo come aveva fatto negli ultimi anni, fino alla decisione di May di chiedere elezioni anticipate nella convinzione di potere ottenere più seggi per i Conservatori. I Laburisti di Jeremy Corbyn hanno recuperato rispetto all’elezione precedente, ottenendo un numero più alto di seggi, ma non avrebbero comunque i numeri per governare nemmeno se si mettessero d’accordo con il Partito Nazionale Scozzese e con i LibDem (che hanno già annunciato di non voler formare una coalizione).

  • In Inghilterra i Conservatori hanno vinto con il 45,5 per cento dei voti contro il 42,1 per cento dei Laburisti.
  • Nel Galles i Laburisti sono arrivati al 48,9 per cento, guadagnando il 12,1 per cento rispetto all’elezione precedente; i Conservatori sono al 33,6 per cento con un guadagno del 6,3 per cento. Lo UKIP ha perso l’11,6 per cento fermandosi al 2 per cento.
  • In Scozia il Partito Nazionale Scozzese è primo con il 36,9 per cento dei voti, ma ha perso il 13,1 per cento rispetto alle politiche del 2015. I Conservatori sono al 28,6 per cento con un guadagno del 13,7 per cento, mentre i Laburisti si sono fermati al 27,1 per cento, pur guadagnando quasi 3 punti percentuali.
  • L’affluenza è stata del 68,7 per cento.

Guarda l’intervento a Studio24, su Rainews

Zona Cesarini – Radio1: Il Caso dell’Olio di Palma

Sulla confezione trovate “senza olio di palma”. Vi sentite meglio, vero? Poi però leggete le indicazioni nutrizionali e le vostre attese vanno deluse. Quel “senza” nasconde molti “con”. In alcuni casi addirittura, i grassi saturi tanto deprecati nonostante siano necessari in una dieta bilanciata, sono presenti in quantità maggiori. L’olio di palma non fa male e soprattutto è tra le coltivazioni più sostenibili. Informiamoci, confrontiamoci, leggiamo cosa riportano gli studi scientifici, prima di farci ingannare da quella che rischia di essere una bufala storica.

 

Ascolta il mio intervento a Radio Uno – Zona Cesarini

Omnibus La7 – La Scuola Italiana Ferma al Pennino e al Calamio

La generazione del posto fisso non esiste più. Di fronte al cambiamento epocale del mondo del lavoro la classe politica sembra non rispondervi in maniera pronta ed adeguata. E’ necessaria una struttura didattica nuova dal momento che oggi il sapere è un sapere condiviso, e la nozionistica scolastica non serve più a nessuno, tanto meno a dei giovani studenti con cui bisognerebbe, invece, lavorare al fine di sviluppare un senso critico autonomo. La scuola deve alimentare la creatività, incoraggiare la curiosità, premiare l’intraprendenza, solo in questo modo possiamo mettere i nostri giovani nelle migliori condizioni per affrontare un mondo del lavoro in costante trasformazione.

La vera riforma del lavoro è la riforma della scuola. E’ arrivato il momento di accantonare il vecchio paradigma scolastico delle lezioni frontali, in cui l’insegnante fornisce informazioni che lo studente assimila passivamente. Poniamo ai nostri giovani problemi che debbano risolvere, con pazienza ed estro, senza timore di sbagliare ma con lo stimolo a fare sempre di più e a farlo meglio.  Anche le aziende hanno modificato il registro. Nello scegliere un giovane candidato per una posizione aperta, ci si affida alle sue capacità pragmatiche nel risolvere problemi, nel fare gioco di squadra e nel proporre idee sempre nuove ed originali. La questione, pertanto, non si può limitare a come creare nuovi posti di lavoro, ma a quali posti di lavoro creare. 

Rainews – USA, Fuori dagli Accordi di Parigi

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato ieri che gli Stati Uniti usciranno dall’accordo di Parigi, il più importante trattato degli ultimi anni per contrastare il riscaldamento globale riducendo sensibilmente le emissioni di anidride carbonica, uno dei principali e più pericolosi gas serra. L’accordo era stato sottoscritto nel dicembre 2015 dalla precedente amministrazione Obama e da altri 195 paesi; la procedura per uscirne richiede quasi quattro anni. La decisione di Trump potrebbe avere serie conseguenze sul mantenimento degli impegni da parte degli altri stati e sulle condizioni climatiche della Terra, considerato che il riscaldamento globale si sta già verificando e ogni anno perso per contrastarlo fa aumentare il rischio di produrre effetti irreversibili sul clima.

Il mio intervento a Rainwes

I sentimenti anti-imprese degli italiani

La Stampa, 30 maggio 2017

C’è davvero un sentimento anti industriale in Italia? La conferma arriva da più parti oltre che dalle stesse imprese che denunciano il trattamento non amichevole riservato loro dai media. La sensazione c’ è, e la conferma uno studio dell’Osservatorio di Pavia. Che i media tradizionali, soprattutto le tv, accusino le imprese dei mali del mondo, dalla deforestazione all’ obesità, è paradossale.

I media infatti, che sono anch’essi un’industria, vivono degli introiti pubblicitari forniti da quelle stesse aziende che poi accusano senza possibilità di replica. Perché? Dovrebbe interessarci capire da dove viene questa propensione, per poi invertirne la rotta. Nasce sostanzialmente da tre filoni.

1) Gli italiani soffrono del successo altrui. Quello che gli altri hanno e ottengono è fonte di sospetto. Sono gli stessi italiani a fomentare quel sospetto con atteggiamenti – si veda la cronaca – che dimostrano una propensione a infrangere le regole per arrivare prima al risultato. Questo atteggiamento ha origine in una sorta di sudditanza collettiva, prima ai vari regnanti, e ancor oggi allo Stato dirigista. L’idea di Stato Liberale da noi non si è mai davvero radicata, a differenza del mondo anglosassone. La conseguenza è che il cittadino non è responsabile delle regole della convivenza, e quindi protagonista delle libertà soggettive e oggettive. Egli è vittima delle regole che tende quindi a infrangere. Da qui la necessità di riunirsi in corporazioni per sopravvivere allo Stato con la conseguente ostilità verso l’individuo che intraprende, e quindi le imprese.

2) Questi comportamenti coinvolgono anche chi dovrebbe produrre informazione, cioè il sistema dei media, giornalisti compresi. Come ho già avuto modo di scrivere recentemente, molti giornalisti contemporanei sono più inclini a commentare che a raccontare dopo aver confutato. Come il resto dei concittadini sono ostili al metodo scientifico.
L’ansia da audience poi, li guida erroneamente ad incitare l’inclinazione dei cittadini di cui sopra. Dovrebbero invece educarli al conflitto plurale tra idee, seguendo il metodo sperimentale. Soprattutto i media che vivono di finanziamenti pubblici.

3) Paradossalmente anche le imprese sono responsabili di questa situazione di cui si lamentano – fanno harakiri.

D’altronde sono sempre uomini a governarle. Molte di queste infatti, convinte di preservare le proprie finalità commerciali, cedono la propria visione e le strategie alle urla di quei consumatori che ne contestano l’operato. Il modo con cui molte imprese interpretano la responsabilità sociale ne è una dimostrazione. Oppure rincorrono a poco dignitosi accordi di bottega con gruppi di consumatori o addirittura con qualche media, che dovrebbero aiutarli a migliorarne la reputazione. Gli esiti sono pessimi.

Se queste sono le tendenze, quali possono essere i rimedi?

Quanto alla terza tendenza, per fortuna ci sono ancora imprese coerenti e con la schiena dritta, che quotidianamente sfornano prodotti e processi innovativi e che difendono il proprio operato nel libero mercato anche internazionale. Per affrontare gli altri due filoni, è urgente un aperto impegno culturale in campo civile. Con chiarezza e fermezza occorre dire che la metodologia individuale del cittadino – vale a dire la sua libertà e non la sua furbizia egoistica – è il motore della convivenza attraverso il conoscere, il darsi regole sul come interagire e il prendere iniziative d’ogni genere. Dopodiché il conflitto secondo le regole tra le innumerevoli proposte dei cittadini, porterà ad operare delle scelte in base ai rispettivi risultati. Senza questa disponibilità ad ingegnarsi e a confrontarsi nei fatti, è impensabile fronteggiare i ritmi della globalizzazione. Altrimenti, condanneremmo il Paese a vedere erose le proprie condizioni socioeconomiche e dei diritti civili. Naturalmente, un simile impegno culturale in campo civile sarà arduo se l’informazione non sarà disponibile a raccontare idee e fatti per come si presentano smettendo di fare la portavoce del conformismo.

Qui l’articolo su La Stampa